Assistere oggi a una gara di Formula Uno - per quanto avvincente e spettacolare possa essere - non é probabilmente paragonabile alle emozioni offerte agli spettatori che assiepavano le tribune e le piste dei circuiti e degli autodromi circa un secolo fa.
L’avvento della televisione, l’avanzamento tecnologico, le migliorate norme di sicurezza, i regolamenti, la capacità di guida dei piloti hanno limitato i danni ai mezzi e soprattutto alle persone hanno dato nel contempo un colpo alle emozioni. Certo, resistono miti come la Ferrari, piloti di grido come Schumacher, Alonso e Raikkonen, personaggi del «circo dei motori» come Ecclestone, Todt, Briatore e Montezemolo ma quel che appare chiaro é che questo automobilismo da competizione é altro da quel che era ai tempi di Ralph De Palma e dei suoi numerosi e agguerriti competitori.
Quel che era profondamente diverso era la corsa in sé che aveva la preminenza su ogni cosa. Le corse di quel tempo non erano paragonabili al campionato mondiale di Formula Uno dei nostri ultimi anni.
Il 30 maggio del 1911 resterà nella storia perché quel giorno si svolse, ed ebbe così inizio, la più famosa, veloce, ricca (e oggi possiamo aggiungere anche la più antica) corsa automobilistica del mondo: la 500 Miglia di Indianapolis, una grande città che oggi conta quasi 800.000 abitanti e che è anche la capitale dello Stato dell’Indiana.
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Su un percorso di poco superiore ai 4 chilometri (2,5 miglia per l’esattezza pari a 4.022 metri), su un fondo di 3.200.000 mattonelle e con curve sopraelevate fino a raggiungere quasi i 10° di pendenza, a tagliare per primo il traguardo della pista ovale fu Ray Harroun che pilotava una Marmon Wasp. Dopo una gara stressante, pari a circa 800 chilometri ed emozionante, dopo aver completato i 200 giri occorrenti a tagliare il traguardo delle 500 miglia, il pilota americano si aggiudicò la gara con una media piuttosto notevole per l’epoca: 74,6 Mph pari ad oltre 120 chilometri orari. Ma già allora si toccavano tranquillamente i 200 all’ora e le auto disponevano di due sole marce mentre il freno veniva usato solo per fermare la macchina.
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Con il sopraggiungere della Seconda Guerra Mondiale, la pista cadde in abbandono e in quelle condizioni rimase fino a quando il vecchio proprietario non la cedette al nuovo titolare, che s’impegnò a rimodernarla e a renderla nuovamente efficiente e idonea alle corse.
Solo nel 1961, in occasione della edizione del 50° anniversario, si asfaltò l’intero tracciato della pista. Tuttora, però, le mattonelle sono ancora presenti nel breve tratto delimitato dalla linea di arrivo, la cosiddetta “Yard of bricks”, un tratto largo in pratica 90 centimetri pari appunto ad una yarda.
Indianapolis tornò a brillare nel firmamento dell’automobilismo professionistico internazionale alla fine degli anni ‘50. Per oltre un decennio - dal 1950 al 1960 - la corsa entrò a far parte del circuito della Fornula Uno e solo dal 2000 vi ha fatto nuovamente ritorno. Dei grandi piloti europei dell’epoca, però, il solo Ascari partecipò ad alcune edizioni.
Le prime competizioni svoltesi nel “catino ovale” di India-napolis, nel 1910, venivano organizzate in occasione di tre festività nazionali: il Memorial Day, la Festa dell’Indipendenza e la Festa del Lavoro si disputavano sulla distanza dalle 10 alle 200 miglia. Presto i fondatori - in testa Carl Fisher, il Presidente dell’Ente di gestione del circuito - si resero conto che l’idea vincente sarebbe stata un’unica gara, su una distanza nettamente più lunga. Nacque così, il 30 maggio 1911, la 500 Miglia di Indianapolis - sospesa solo nel corso dei due conflitti mondiali - e fu subito un grande successo di pubblico.
Quel giorno sugli spalti si assieparono 77.000 spettatori (prezzo del biglietto era un dollaro) mentre in pista si confrontarono 40 vetture, alcune delle quali pilotate da grandi nomi dell’automobilismo dell’epoca tra cui Burman, Chevrolet, De Palma e Wilcox. Vinse, come detto, Ray Harroun uno degli assi del voante dell’epoca che si vide però contestare la vittoria da Mulford. La gara fu segnata da alcuni incidenti, tra cui uno mortale, che costò la vita ad un meccanico.
Tra i motivi a suffragio della vittoria di Harroun sembra esserci un particolare curioso: la sua vettura, la citata Marmon Wasp, era dotata di uno specchietto retrovisore, il primo in assoluto ad essere installato su una vettura, col quale il pilota poteva agilmente controllare l’andamento e le condizioni dei suoi avversari!
Le marche delle macchine partecipanti erano abbastanza note, ma le vetture in gara non erano ovviamente legate ad una produzione di massa.
Indianapolis fino al 1955 venne organizzata sotto il controllo dell’A.A.A., la potente Associazione Americana dell’Automobile che riuniva i costruttori di auto. Le cose cambiarono una seconda volta dal 1956 al 1997 quando la corsa, in conseguenza del prevalente aspetto sportivo, passò sotto l’egida dell’Auto Club degli Stati Uniti. Successivamente, Indianapolis fu organizzata sotto il controllo della IRL (Indy Racing League).
Da subito la corsa di Indianapolis si distinse per alcune caratteristiche che la resero, e la rendono, celebre ed ambìta. Il senso di marcia fu dato in modo antiorario, inoltre sulla linea del traguardo gli organizzatori, dopo qualche tempo, posero tra le mattonelle di poco valore, anche una d’oro, inizialmente conservata presso la direzione. Qualche anno dopo, la preziosa mattonella sparì senza che se ne sapesse più nulla. Tutti elementi, questi, che servivano a caratterizzare e a rendere sempre più elettrizzante quella corsa che nel tempo non ha mai perso smalto e attrazione benché non occorrano grandi doti tecniche per parteciparvi ma sostanzialmente solo un indomito coraggio suffragato da una ottima conoscenza tecnica della propria macchina.
La pista è tuttora lunga 2 miglia e mezza (un miglio è pari a 1.609 metri) e comprende due rettifili lunghi (di 1.145 metri ciascuno), due rettifili corti (di 200 metri ciascuno) e quattro curve uguali lunghe complessivamente 1.332 metri per uno sviluppo totale pari a 4.022 metri.
I piloti devono percorrere 200 giri della pista fino a compiere le famose 500 miglia che corrispondono a 804,5 chilometri. E’ in sostanza una gara massacrante se si considera che attualmente i Gran Premi di Formula Uno non possono superare per regolamento i 300 chilometri (o le due ore di corsa).
Una gara che sembra fare storia a sé anche grazie al carico di leggenda che si porta al seguito sin dagli albori. E’ anche la più antica e la più veloce del mondo, l’unica che non abbia mai subìto alcun tipo di modifica nella forma e nel tipo di tracciato.
Dal 2000, con uno sviluppo della pista lungo complessivamente 4.192 metri, il circuito di Indianapolis fa parte del calendario delle gare di Formula Uno e va sotto il titolo di Gran Premio degli Stati Uniti.
A differenza delle gare di Formula Uno, la 500 Miglia di Indianapolis adotta un sistema di partenza diverso, se vogliamo anche più rispettoso della sicurezza dei piloti. Le trentratré vetture (sulle cinquanta) selezionate per la gara si muovono seguendo la Pace Car, l’auto sulla quale siede il direttore di gara che in pratica dà il ritmo iniziale alla corsa con la partenza lanciata. Dopo aver percorso un primo giro, con le vetture tutte bene allineate, la Pace Car rientra ai box e la fatidica 500 Miglia può avere inizio.
Il regolamento di questa corsa ha anche dei punti da alcuni ritenuti controversi ma che finora sono semore stati rispettati. Se per esempio piove - ed è successo più volte - la corsa non si svolge e può avvenire solo il primo giorno utile di bel tempo. E se parte col sole, ma strada facendo arriva la pioggia, il regolamento prevede che la gara venga fermata e fatta ripartire successivamente. Oppure, se comincia a piovere quando sono stati percorsi numerosi giri, la direzione di gara può decidere di sospendere definitivamente la corsa. In casi simili si tiene conto dell’ordine d’arrivo registrato fino a quel punto.
Indianapolis a quasi un secolo di distanza colpisce l’immaginario collettivo degli appassionati per alcune epiche gesta che l’hanno segnata fino a consacrarla definitivamente come il «Tempio della Velocità».
Ralph De Palma ha abbinato il suo nome anche a questa corsa lunga e massacrante sin dalla seconda edizione, quella del 1912. (m.d.t.)










